Le forme dello spazio per la vita associata riguardano i diversi modi di essere dell'organismo urbano in rapporto alle necessità. Ma essendo l'identità spaziale e concettuale della città in una condizione perennemente fluida e mutevole (sia come riflesso della condizione dinamica della società circoscritta all'interno dei suoi margini, che dei suoi bisogni concreti o indotti, dei suoi modelli comportamentali, dei suoi obiettivi culturali, e delle sue scelte in campo sociale, politico economico) tale suo specifico carattere si trova in uno stato di continua ri-definizione. A seguito di ciò, è necessario per i progettisti avere una chiara percezione della realtà del presente, al fine di corrispondere adeguatamente, con il proprio fare, alle problematiche e agli interrogativi che la realtà pone loro quotidianamente dinanzi.
La tradizione modernista ha individuato tre modi d'essere della struttura urbana, tre forme canoniche per poter agire ed operare al suo interno, che sono quelle: dell'abitare, del lavorare, e del riposare (e del consumare, aggiungeremmo oggi). Una distinzione funzionale, in sé rigida e pragmatica, essenzialmente volta a rispondere ad un'urgenza organizzativa degli spazi della città costruita, e di quella in espansione.
I Ciam, come un grande arengo internazionale, saranno un'importante occasione di confronto, e di scambio periodico d'idee e d'esperienze.
Negli anni Cinquanta, tuttavia, nella fase cruciale della ricostruzione postbellica, tale organizzazione d'incontri culturali avrà un arresto, a seguito di una generale crisi d'idee e d'ideali concernenti la ricerca sulla città e sul suo più giusto modo d'essere. Tutto questo, sarà messo allo scoperto da un giovane e composito gruppo d'architetti, il Team X, che cercherà di portare avanti la questione abitativa con una logica diversa rispetto all'ideologia modernista della standardizzazione, mettendo in primo piano l'utente e il suo vivere in una dimensione di socialità.
Trascorsi quasi cinquant'anni da quella fase di riflessione e di sperimentazione, alcuni dei temi di fondo proposti dal Team X (le cui idee ed elaborazioni progettuali hanno avuto episodiche possibilità di concreto ascolto e di compiuta realizzazione) stanno trovando, nella crisi del presente, una nuova attenzione da parte della cultura architettonica, pur considerando il "moderno" come il proprio passato.
La società d'oggi, pur profondamente mutata rispetto al dopoguerra, si trova ancora nella condizione di non aver risolto il tema dello sviluppo urbano o di non aver adeguatamente percepito le attuali, concrete necessità del vivere associato. Anzi, la questione sembra essersi enormemente aggravata non essendo riuscita a trovare gli strumenti di controllo necessari per indirizzare, in forma più equilibrata, l'azione devastante dello sviluppo dell'industria costruttiva (che avanza nell'assenza di una corretta dialettica tra paesaggio naturale e paesaggio artificiale) e che porta alla preoccupante densificazione delle aree urbane: com'è stato messo in evidenza, con adeguata strategia comunicativa, nella X Mostra Internazionale di Architettura alla Biennale di Venezia del 2006, intitolata Città architettura e società, curata da Richard Burdett.
E' necessario, dunque, operare un profondo, generale ripensamento circa l'agire nel campo dell'edilizia abitativa (la cui confusa prassi sembra essere ormai consolidata, soprattutto per una debole azione di controllo); e questo, sia riguardo al rapporto tra utente e struttura insediativa, che agli strumenti di definizione, di misura e di conformazione della crescita della città, appartenenti storicamente al pensiero modernista (quali: organizzazione spaziale urbana rigidamente regolata da indici quantitativi/qualitativi, tipologia, existence-minimum, e quant'altro).
Del resto, è la stessa idea di città che oggi sembra venir meno, sostituita da insediamenti dalla configurazione spaziale labirintica o, per contro, da enclaves che si chiudono alla realtà fisica circostante. L'architettura sembra aver smarrito la possibilità di un concreto dialogo con la società di cui dovrebbe essere lo specchio, puntando su un rapporto tutto basato su riscontri emotivi o sull'effetto dello stupore, della meraviglia, del disagio, del disorientamento, cercando di recuperare un'attenzione collettiva che sembra, ormai, sempre più rarefatta.
La città, o quello che rappresenta il suo insieme di nucleo storico ed espansione disseminata, come afferma Paul Virilio in Città panico (ma la letteratura sulla nuova condizione urbana è assai ampia e variegata) è anche il luogo del pericolo e della non-convivenza (com'è il caso, per certi versi drammatico, della banlieue parigina). Ma il pericolo non proviene solo dal difficile rapporto sociale, inter-personale, ma dalle "scorie" della civilizzazione, ovvero le molteplici forme dell'iperconsumo, che a loro volta possono condurre alla deprivazione: dell'acqua, dell'aria, dello spazio, del territorio, del paesaggio, della bellezza, della natura stessa a cui, peraltro, non si può rinunciare per vivere.
La tradizione modernista ha individuato tre modi d'essere della struttura urbana, tre forme canoniche per poter agire ed operare al suo interno, che sono quelle: dell'abitare, del lavorare, e del riposare (e del consumare, aggiungeremmo oggi). Una distinzione funzionale, in sé rigida e pragmatica, essenzialmente volta a rispondere ad un'urgenza organizzativa degli spazi della città costruita, e di quella in espansione.
I Ciam, come un grande arengo internazionale, saranno un'importante occasione di confronto, e di scambio periodico d'idee e d'esperienze.
Negli anni Cinquanta, tuttavia, nella fase cruciale della ricostruzione postbellica, tale organizzazione d'incontri culturali avrà un arresto, a seguito di una generale crisi d'idee e d'ideali concernenti la ricerca sulla città e sul suo più giusto modo d'essere. Tutto questo, sarà messo allo scoperto da un giovane e composito gruppo d'architetti, il Team X, che cercherà di portare avanti la questione abitativa con una logica diversa rispetto all'ideologia modernista della standardizzazione, mettendo in primo piano l'utente e il suo vivere in una dimensione di socialità.
Trascorsi quasi cinquant'anni da quella fase di riflessione e di sperimentazione, alcuni dei temi di fondo proposti dal Team X (le cui idee ed elaborazioni progettuali hanno avuto episodiche possibilità di concreto ascolto e di compiuta realizzazione) stanno trovando, nella crisi del presente, una nuova attenzione da parte della cultura architettonica, pur considerando il "moderno" come il proprio passato.
La società d'oggi, pur profondamente mutata rispetto al dopoguerra, si trova ancora nella condizione di non aver risolto il tema dello sviluppo urbano o di non aver adeguatamente percepito le attuali, concrete necessità del vivere associato. Anzi, la questione sembra essersi enormemente aggravata non essendo riuscita a trovare gli strumenti di controllo necessari per indirizzare, in forma più equilibrata, l'azione devastante dello sviluppo dell'industria costruttiva (che avanza nell'assenza di una corretta dialettica tra paesaggio naturale e paesaggio artificiale) e che porta alla preoccupante densificazione delle aree urbane: com'è stato messo in evidenza, con adeguata strategia comunicativa, nella X Mostra Internazionale di Architettura alla Biennale di Venezia del 2006, intitolata Città architettura e società, curata da Richard Burdett.
E' necessario, dunque, operare un profondo, generale ripensamento circa l'agire nel campo dell'edilizia abitativa (la cui confusa prassi sembra essere ormai consolidata, soprattutto per una debole azione di controllo); e questo, sia riguardo al rapporto tra utente e struttura insediativa, che agli strumenti di definizione, di misura e di conformazione della crescita della città, appartenenti storicamente al pensiero modernista (quali: organizzazione spaziale urbana rigidamente regolata da indici quantitativi/qualitativi, tipologia, existence-minimum, e quant'altro).
Del resto, è la stessa idea di città che oggi sembra venir meno, sostituita da insediamenti dalla configurazione spaziale labirintica o, per contro, da enclaves che si chiudono alla realtà fisica circostante. L'architettura sembra aver smarrito la possibilità di un concreto dialogo con la società di cui dovrebbe essere lo specchio, puntando su un rapporto tutto basato su riscontri emotivi o sull'effetto dello stupore, della meraviglia, del disagio, del disorientamento, cercando di recuperare un'attenzione collettiva che sembra, ormai, sempre più rarefatta.
La città, o quello che rappresenta il suo insieme di nucleo storico ed espansione disseminata, come afferma Paul Virilio in Città panico (ma la letteratura sulla nuova condizione urbana è assai ampia e variegata) è anche il luogo del pericolo e della non-convivenza (com'è il caso, per certi versi drammatico, della banlieue parigina). Ma il pericolo non proviene solo dal difficile rapporto sociale, inter-personale, ma dalle "scorie" della civilizzazione, ovvero le molteplici forme dell'iperconsumo, che a loro volta possono condurre alla deprivazione: dell'acqua, dell'aria, dello spazio, del territorio, del paesaggio, della bellezza, della natura stessa a cui, peraltro, non si può rinunciare per vivere.




