E' un dato ormai largamente noto, anche a seguito delle informazioni che sono state date in diverse occasioni nel corso di questi anni, che il 50% della popolazione mondiale vive in città e di questo il 60% abita in periferia, mentre, è bene sottolineare per rendersi conto della rapida crescita di tale processo di urbanizzazione disseminato in alcuni punti del globo, alla fine del XIX secolo riguardava solo il 10%.
La dimensione della periferia, soprattutto per l'elevato numero di coloro che in essa vivono e per la sua tendenza estensiva sul territorio, è una tema importante e problematico, a un tempo, in quanto si tratta di una realtà difficile da conoscere non presentando caratteri omogenei, per cui risulta necessario dover analizzare ogni sua singola manifestazione fisica e sociale. «A volte basta cambiare quartiere per rendersi conto», afferma Didier Deaninckx, che è uno scrittore delle banlieue, come ama definirsi, «che esistono universi completamente diversi sul piano economico, sociale e culturale. Parlare delle periferie in termini generali è un modo per negare la specificità delle persone che vi abitano. E' una sorta di mutilazione della loro storia della loro identità [...]. Sono luoghi che hanno un'identità e si fondano su una memoria quasi sempre sconosciuta».
La periferia si presenta come un'immensa, dilatata realtà senza confini, e priva di forma in quanto, per lo più, priva di progetto, e priva di ragione in sé. Come osserva Massimo Cacciari, «[...] le quantità sono un fatto, ma un fatto che si deve discutere, anche se sembriamo travolti dall'accelerazione con cui questo è avvenuto e la constatazione di esserne superati ci fa sembrare anche la semplice presa di coscienza dello stato delle cose un obiettivo: persino un obiettivo estetico. Ma forse un mondo molteplice, mobile, senza limite non è il mondo della libertà, ma solo il mondo dell'assenza di progetto».
Tale realtà è fruita da un mondo sociale molteplice, mobile, in continua espansione, che sta determinando la scomparsa della città.
Ma la città che si teme di perdere, la città per la quale si nutre profonda nostalgia, come osserva Jean-Luc Nancy, è la città rurale, che rappresenta il sogno d'immanenza comunitaria. Quello di cui, invece, si teme l'invasione generalizzata è la banlieue.
In effetti la città ha sempre manifestato la sua volontà di centro, di raggruppamento ed un sordo rifiuto o indifferenza nei confronti delle frammentazione, del decentramento.
La banlieue per eccellenza, per il filosofo francese è Los Angeles: l'essenza del "luogo banale", del luogo comune, del non-luogo. A proposito di questa città californiana, egli scrive: «[...] la banlieue ha infiltrato o contaminato tutto». Ma ci sono ambiti distinti: Watts non è Santa Monica. «[...] Beverly Hills, Bel Air sono altre forme di banlieue: appartate, recintate, armate, ricche e ridicole». La miseria e il degrado penetrano insidiosamente ovunque. Per il fatto che «[...] non esiste un cuore preservato e riservato della città, c'è qualcosa come un "declassamento" della "Città"».
Los Angeles è altresì priva di qualsiasi tendenza locale o localistica, essa è impostata sull'idea stessa di estensione: è una regione urbana. La riflessione di una città, la sua sistematicità, organicità, nota ancora Nancy, «[...] passa in qualcosa che non è una follia, bensì, in un modo più sottile, un'indifferenza a siffatta ragione, una lontananza dalla città dalla città».
Ma al di là di questo fenomeno singolare del quale non è dato comprendere fino in fondo il senso (o di controllare il processo di crescita), c'è ancora qualcos'altro che è cominciato da tempo; infatti, passata la frontiera con il Messico, la bidonville, che è «[...] la deiezione della città la sua violenza raccolta nel fango [...]. E' l'inabitazione: non il deserto, ma la distruzione e l'espulsione divenute esse stesse parodie del luogo».
Nella visione urbanistica occidentale la percezione della diffusione urbana, secondo Rem Koolhaas, tenda ad interiorizzarsi: "[...] la recente e tardiva scoperta della periferia come una zona di potenziale valore -una specie di condizione pre-storica che potrebbe meritare attenzione architettonica è solo una mascherata riaffermazione della preminenza del centro e della dipendenza da esso: senza centro non c'è periferia. L'interesse del primo probabilmente compensa la vacuità della seconda. Concettualmente orfana, la condizione della periferia è resa peggiore dal fatto che la madre è ancora viva, le ruba la battuta, e mette in evidenza l'insufficienza della prole. Le ultime vibrazioni che emanano dal centro esausto impediscono la lettura della periferia in quanto massa critica".
Lars Lerup, afferma in un suo saggio, che la società contemporanea sembra aver, per così dire, chiuso il libro sulla città, e spostata l'attenzione sulla varietà della metropoli. Anche se il mondo sta cambiando con straordinaria velocità, secondo Lerup siamo quasi ipnotizzati dall'esagerato, nostalgico sogno della città.
«Questo sogno, tuttavia», per Harm Tilman, «non può essere mantenuto più a lungo. Nella metropoli, i vecchi patterns stanno cedendo a un vero continuum multietnico. Non solo i confini della città sono cambiati per l'influenza della globalizzazione, ma sono continuamente ridisegnati. Le relazioni sociali, culturali e mentali nelle città stanno anche cambiando. Queste relazioni sono segnate dalla frammentazione sotto l'aspetto di un radicale pluralismo di valori e dalla personalizzazione a cui questo dà origine».
E' necessario che gli architetti e gli urbanisti adottino un nuovo angolo visivo progettuale. Per aumentare la diversità è necessario un altro punto di vista sulla vita della città. La distinzione tra individualità e pluralità, tra modernità e tradizione, per anni un punto di partenza nella progettazione di aree residenziali, dovrà essere rimesso in discussione. La città va verso un altro essere, sarà necessario far emergere un diverso ethos (un suo diverso spirito) rispetto a quello del luogo e della località.


Cit. in: Fabio Gambaro, Io, scrittore di banlieue, «La Repubblica» sabato 13 maggio 2004.
Cit. in: Vittorio Gregotti, Se la periferia diventa centro, «La Repubblica» sabato 27 marzo 2004.
Jean-Luc Nancy, La città lontana, Ombre corte, Verona 2002, p. 18.
Ivi.
Ibidem, p. 19.
Ibidem, p. 20.
Ibidem, p. 28.
Rem Koolhaas and Bruce Mau, The Generic City, in: S, M, L, XL, 010 Publishers, Rotterdam 1995, pp. 1248-49.
Lars Lerup, After the City, The MIT Press, Cambridge (Mass.) 2000, p. 178.
Harm Tilman, Unity in diversity, in: Felix Claus, Frits van Dongen, Ton Scharp, Ijburg, Haveneiland and Rieteilandem, 010 Publishers, Rotterdam 2001, pp. 18-19.


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