Nel corso degli ultimi decenni, si è venuto a determinare un profondo cambiamento nella società contemporanea, a seguito del concorso di un forte sviluppo economico/produttivo e di un'apertura dei mercati che ha interessato particolarmente i paesi orientali, di un'estensione ed un incremento in senso globale del consumo delle merci, della diffusione capillare di tecnologie sofisticate che forniscono strumenti di supporto al fare lavorativo (e allo svago), e di un sempre più immediato accesso all'informazione e alla comunicazione. Tale processo trasformativo nella sua doppia dimensione locale e internazionale, rispetto al più recente passato, ha certamente semplificato e, per altro verso, arricchito il tessuto dei rapporti umani, determinando altresì una trasformazione dell'approccio alla realtà. Il riflesso di tutto questo, in campo architettonico, è il segno di un diverso criterio nel porsi dell'edificio nei rispetti del pubblico, un suo cambio di senso, un differente modo di essere percepito e fruito.
E' interessante considerare, a questo proposito, la riflessione sviluppata nel 1985 da Rafael Moneo sul concetto di "solitudine" (riferita all'edificio), in cui indica alcuni punti ritenuti critici dell'architettura contemporanea che vanno a meglio specificare le ragioni dell'indebolimento del suo ruolo nei confronti della società.
Il primo di questi è rappresentato dal rapporto con l'universo della comunicazione; «[...] oggi sembra di poter dire che la comunicazione basata sui mass-media ha ridotto l'importanza dell'architettura».
Si tratta di una forzata convivenza dell'architettura con l'affollato mondo delle immagini, per lo più provenienti dalla pubblicità, realizzate sull'onda di un sempre-crescente imperativo consumistico imposto dalla ferrea logica dello sviluppo produttivo. L'insinuarsi di tale massa incontenibile di comunicazioni/sollecitazioni in ogni interstizio della quotidianità è la causa del colossale cortocircuito che ha messo in crisi la canonica relazione tra messaggio estetico, utente, e parametri di giudizio in precedenza applicati al fare progettuale/artistico.
L'eccesso dell'offerta ha annullato ogni differenza qualitativa, instaurando al suo posto uno strisciante processo d'omologazione che ha provocato lo svuotamento del significato dell'operazione critica del confronto e l'oggettiva difficoltà nell'istituire gerarchie di giudizio.
Il secondo, è il richiudersi dell'architettura sempre più all'interno di "un mondo privato", usando modalità espressive che risultano essere "arbitrarie", in assenza di una ricerca di una condivisione con la società, in questo modo, perdendo contatto con essa. In passato, l'arbitrarietà della forma «[...] si dissolveva nella costruzione e l'architettura fungeva da ponte tra di esse». Quando, come oggi, l'arbitrarietà della forma diventa così visibile negli edifici, allora, l'architettura tende a scomparire.
Il terzo, è il dissolversi dell'edificio come presenza fisica, ovvero la sua incapacità a durare nel tempo. In passato un edificio «[...] era costruito per sempre, quantomeno non si metteva in conto che esso potesse scomparire. Ma oggi le cose sono mutate». E, allora, se «[...] l'architettura è effimera, essa può essere immediata, ed è proprio ciò che avviene».
Sulla base delle mutate condizioni, per riconquistare la propria identità all'oggetto architettonico, secondo Moneo, non resta che conquistare una condizione di isolamento, di autonomia, liberandosi dal rapporto con il suo progettista, con il ruolo che la società gli ha fatto assumere, e con la stessa microstoria che assomma in sé. «Arriva un momento, oltre il quale gli edifici non hanno bisogno di protezione d'alcun tipo, né degli architetti, né degli eventi. Alla fine solo gli eventi rimangono, come allusioni che consentono a critici e storici di giungere alla conoscenza degli edifici e di spiegare ad altri come abbiano assunto la loro forma. L'edificio si erge isolato, in totale solitudine. Non più affermazioni polemiche; non più fastidi. Esso ha acquistato una condizione definitiva e rimarrà solo per sempre, padrone di sé. Amo vedere l'edificio assumere la propria vera condizione, vivendo la propria vita».
Tale significato eroico che l'architetto spagnolo conferisce all'espressione "solitudine dell'edificio", come acquisizione della coscienza di sé, a partire dalla metà degli anni Novanta, bisogna osservare, si andrà modificando fino ad assumere il significato opposto di isolamento, separazione, chiusura, mancanza di dialogo. E questo, anche per effetto, seppure acquisito in ritardo, dello scritto di Rem Koolhaas, Delirius New York, pubblicato nel 1978, in cui l'autore afferma che la «[...] Cultura della congestione prevede che ogni isolato venga conquistato da un'unica struttura. Ogni Palazzo diventerà una "casa" [...]. Ogni Grattacielo, riflesso sui tetti di un flusso infinito di limousine nere, è un'isola dell'autentica Venezia modernizzata- un sistema di 2028 solitudini».
E' facile, da qui, il passaggio ad inquietanti scenari, come ironicamente James Graham Ballard descrive ne Il condominio, dove «[...] il grattacielo era il perfetto modello di tutto ciò che la tecnologia aveva fatto per rendere possibile l'espressione di una psicopatologia autenticamente "libera"».
In una società governata ormai dalla dittatura dello spettacolo come l'attuale, che da un lato esalta l'immagine e dall'altro la impoverisce svuotandola di ogni contenuto poetico, la nozione di "solitudine" può anche assumere connotazioni estreme, ma ricche di stimoli intellettuali. Particolarmente interessante risulta essere quella dell'object singuler, proposta da Jean Baudrillard: entità costruttiva la cui essenza risiede nella sua autonomia e nella sua assoluta non-riproducibilità. Essa è il segno dei grandi cambiamenti in atto e del contemporaneo modo di vivere e di confrontarsi, in senso astratto/concreto, con lo spazio.
Quella dell'object singuler, è una categoria semantica che designa la «[...] fine dell'architettura in quanto capacità di tradurre una forma della comunità umana»; una condizione estrema in cui l'oggetto architettonico si risolve e si esaurisce in sé stesso. E in questa sua chiusura esso si presenta, contemporaneamente, come entità misteriosa e seducente.
Nella presente epoca, quello che interessa è il segreto delle cose inteso come idea "inesplicabile" e "intrasmissibile". «Questo spazio di seduzione, questo spazio virtuale dell'illusione», afferma Jean Nouvel, «è fondato su precise strategie, che sono esse stesse "deviazioni"», rispetto all'apparato di un universo immerso in una realtà sovraestetizzata. Esso costituisce una forma di realtà basata sulla dissolvenza, sulla riflessione delle superfici, sulla smaterializzazione, sull'evaporazione della materia, sulla sua interferenza con la luce per sperimentare effetti apparenti-virtuali.
L'idea che sottende tutto questo è, dunque, il superamento della nozione di architettura come scienza costruttiva, per una diversa concezione di architettura in trasformazione che si rapporta tanto al reale che al virtuale.
Considerando il dilagante sviluppo del processo metamorfico che ha investito il meccanismo produttivo delle idee in campo, a questo punto, l'obiettivo da perseguire non sembra più essere quello della ricerca di antichi valori perduti, ma piuttosto dell'analisi dell'esatta dimensione e consistenza dei caratteri del presente (in senso concreto e ideale) in modo che la pratica artistica/progettuale sia in grado di rapportarsi ad esso delineando un più preciso raggio d'azione.


Si tratta della prolusione tenuta da Rafael Moneo in occasione della nomina a Chairman del Department of Architecture presso la Graduate School of Design della Harvard University, Cambridge (Mass.), intitolata La solitudine degli edifici. Il testo è stato pubblicato in una raccolta di scritti dell'architetto che porta lo stesso titolo della conferenza, Allemandi, Torino 2004 (e, parzialmente, anche in, «Casabella» n. 666, aprile 1999).
Rafael Moneo, La solitudine degli edifici, op. cit., p. 150.
Ibidem, p. 155.
Ibidem, p. 156.
Rafael Moneo La solitudine degli edifici, op. cit., p. 159.
Rem Koolhaas, Delirius New York, Electa, Milano 2006, p. 115.
James Graham Ballard Il condominio, Feltrinelli, Milano 2005, p. 41.
Il brano di Jean Baudrillard è tratto da: Jean Baudrillard/Jean Nouvel, Architettura e nulla. Oggetti singolari, Electa, Milano 2003, p. 66. Una serie di conversazioni tra le due personalità della cultura francese tenute tra il 1997 e 1999 e raccolte in volume.
La cit. di Jean Nouvel è tratta da, Architettura e nulla. Oggetti singolari, op. cit., p. 10.


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